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sabato, 14 aprile 2007

Introduzione alla guerra civile. Introduzione.

Abbiamo i nervi fragili, noialtri decadenti. Tutto o quasi tutto ci ferisce, e quel che resta non è che probabile causa di irritazione, con la quale mettiamo in chiaro che non vogliamo essere toccati. Sopportiamo dosi di verità vieppiù ridotte, ormai quasi nanometriche, e a queste preferiamo dei lunghi sorsi di antidoto. Immagini di felicità, sensazioni piene e fin troppo note, parole dolci, superfici liscie, sentimenti familiari e interni intimi: in breve, della narcosi al chilo, e soprattutto niente guerra. Soprattutto niente guerra. Per quel che se ne può dire, tutto questo contesto amniotico-assicurativo si riduce al desiderio di una antropologia positiva. Abbiamo bisogno che ci venga detto che cos’è “un uomo”, che cosa siamo “noi”, che cosa ci è permesso volere ed essere. Quella in cui viviamo è effettivamente un’epoca fanatica per diversi aspetti, in particolare rispetto a questa faccenda dell’UOMO, nel quale SI sublima l’evidenza del Bloom. L’antropologia positiva attualmente dominante non lo è solo in virtù di una concezione irenistica, un po’ sciocca e garbatamente bigotta, della natura umana. La sua positività consiste piuttosto nel prestare all’“Uomo” delle qualità, degli attribuiti determinati, dei predicati sostanziali. Per questa ragione anche l’antropologia pessimista degli anglosassoni, con l’ipostatizzazione degli interessi, dei bisogni, dello struggle for life, rientra nel progetto di rassicurarci, in quanto ci fornisce ancora delle convinzioni praticabili sull’essenza dell’uomo.
Ma noi che non vogliamo adagiarci in nessun tipo di comodità, noi che abbiamo certo i nervi fragili, ma anche il progetto di renderli sempre più resistenti, sempre più inalterabili, noi abbiamo bisogno di ben altro.  Abbiamo bisogno di una antropologia radicalmente negativa, di alcune astrazioni sufficientemente vuote, sufficientemente trasparenti per impedirci di pregiudicare alcunché, di una fisica che riservi a ogni essere e a ogni situazione la sua disposizione al miracolo. Di concetti rompighiaccio per accedere, per dare luogo all’esperienza. Per diventarne i ricettacoli.
Degli uomini, ossia della loro co-esistenza, non possiamo dire nulla che non ci serva manifestamente da tranquillante. L’impossibilità di sperare qualcosa da questa libertà implacabile, ci spinge a designarla mediante un termine non definito, una parola cieca, con cui SI è soliti nominare ciò di cui non SI capisce nulla perché non SI vuole capire (capire che il mondo ci reclama). Questa espressione è guerra civile. L’opzione è tattica; si tratta di riappropriarsi preventivamente di ciò da cui le nostre operazioni saranno necessariamente ricoperte.
postato da: BKF alle ore 22:41 | link | commenti
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venerdì, 06 aprile 2007

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Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani
e da marzo a febbraio mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei sui fatti tuoi

e al dio degli inglesi non credere mai.

E quando avevo duecento lune e forse qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in "Coda di lupo"
cambiai il mio pony con un cavallo muto

e al loro dio perdente non credere mai

E fu nella notte della lunga stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema

e al loro dio goloso non credere mai.

E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai

e al dio della scala non credere mai.

Poi tornammo in Brianza per l'apertura della caccia al bisonte
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
- Per la caccia al bisonte - disse - Il numero è chiuso.

E a un Dio a lieto fine non credere mai.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'università
dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace

e a un dio fatti il culo non credere mai.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria

e a un dio senza fiato non credere mai.
postato da: BKF alle ore 17:36 | link | commenti
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Ribellarsi é giusto


Ribellarsi è giusto. In questi ultimi decenni è un assunto messo in discussione dallo stato dei fatti. Censurato, esiliato in un altro pianeta. Nella mente della stragrande parte della gente l´ arroganza del potere economico e politico può essere messa in discussione per lo più con pacifiche dimostrazioni di massa o allegri girotondi, o alla meno peggio mettendo un segnetto su questo o quel candidato al teatrino della politica.
E anche a questo il potere spesso reagisce in maniera violenta. Negli anni settanta non era precisamente così. Tanto per cominciare la mattina andavi all´ edicola sotto casa e potevi scegliere tra ben tre quotidiani che non si rifacevano all´ area della politica parlamentare: Il Quotidiano dei Lavoratori, il Manifesto e Lotta Continua. Per non parlare della miriade di riviste che proliferavano: Rosso, Controinformazione, Anarchismo, Vogliamo Tutto, Metropoli, Senza Tregua.
E poi il fumetto: da Linus a Cannibale, da il Male a Ken Parker. Altri tempi, basti ricordare le vignette sul papa che il Male ci regalava, oggi sicuramente passabili della più truculenta censura.
Di sicuro c´ era di che leggere, altro che Men´s health o il Denaro.
Tutto questo rifletteva una realtà in cui la politica, o meglio l´etica, aveva un importanza che permeava anche i rapporti personali.
Ne traevano beneficio il potere d´ acquisto dei salari o la condizione della donna.
E i salari tenevano in un'epoca di congiuntura come e peggio di quella attuale (state certi che nessun padrone né azienda vi verrà mai a dire che essendo aumentato il fatturato conseguentemente vi aumenterà lo stipendio, "loro" sono sempre alla fame o vicini al tracollo finanziario ...). I manicomi si chiudevano e le caserme si svuotavano.
Finiva la guerra in Vietnam o l´occupazione coloniale in Angola, spariva la dittatura in Portogallo e in Grecia. Si ascoltavano gli Area e Alturas degli Inti Illimani finiva in classifica. Il mondo alla rovescia, se allora dicevi che una cosa era "commerciale" significava che era da evitare o anche da bruciare (lo sanno bene le malcapitate bands yankee che tourneggiavano da queste parti), oggi "commerciale" vuol dire che stai per entrare nel club dei milionari e che sei uno "sfaccimmo".
Tutto questo qualcuno, successivamente, lo definì "gli anni di piombo". Ma per chi? Forse per il potere più retrivo e bigotto, la destra dei Saccucci o dei Tanassi, degli Andreotti o dei Pirelli, o di Romiti, che invocavano il Cile e i colonnelli contro l´aria di rivolta che si respirava nelle piazze e nelle fabbriche. La reazione di questa destra fatta di attentati, stragi, omicidi, suicidi, sospetti, massacri, violenze inaudite sulle donne (come quella del Circeo...) alimentavano in molti il timore che un colpo di stato in Italia ci potesse essere davvero. Forse è per questo che intere sezioni del PCI si trovarono dopo qualche anno a essere arrestate per banda armata. Non era raro trovare militanti delle BR iscritte al sindacato o al partito.
Non sono cose di cui oggi gli ex comunisti amano parlare. Molto meglio seppellire tutto sotto l´ epiteto "di piombo" e fare finta che c´ erano solo quattro esaltati che pensavano di stare in Irlanda o in Palestina.
Ma non era così. L´ occupazione dell´ università di Bologna, la manifestazione del 12 marzo di Roma, i blindati e i carrarmati per le strade portati dall´ allora ministro degli interni Cossiga furono probabilmente il culmine di tutto il movimento di quegli anni. Poi lo scontro si fece più duro, selettivo e feroce. Fa impressione però vedere su wikipedia, l´ enciclopedia in rete, nel macabro conteggio delle vittime di quegli anni, che il solo massacro di Ustica, strage coperta da un buon numero di generali e ammiragli dello stato italiano, supera e pareggia i morti per mano delle organizzazioni armate presenti allora in Italia.
Non cambia niente, ma non accetto lezioni da chi ancora oggi siede sulle poltrone del Parlamento e a distanza di decenni non ha pagato per i crimini di stato commessi o coperti allora. E non è un caso che lo stato, in particolare la democrazia cristiana e il partito comunista, non fece per Moro quello che poi fece per un Cirillo. Lo scontro diventò disumano, si passò ad un confronto esclusivamente militare suicida e fine a se stesso. Non poca responsabilità in questo l´ aveva l´ importanza che i media, la nascente televisione privata, la necessità dell´ apparire più che dell´ essere cominciavano a conseguire. Il movimento si polverizzò e tutto finì in un rifiuto della politica e dell´ etica, che sfociò negli anni `80 dei paninari e dei Craxi e soprattutto dell´ eroina. Piano piano siamo arrivati a oggi: gli "anni dello stronzio".
Gli anni settanta io li ho visti descritti solo in brutti film, pieni di grigiore e paura, per lo più fatti da signori che all´ epoca militavano nella FGCI. E che ricordo possono mai avere loro di allora?
Io ricordo ben altre cose. L´ autoriduzione, l´ esproprio, la chiusura delle centrali atomiche, le botte ai concerti per entrare gratis, ma anche i film di Herzog o di Olmi, i concerti strapieni di Archie Shepp o di Luigi Nono, il teatro di strada del Living o le azioni di artisti che si rifacevano ad una unica idea e necessità rivoluzionaria. Oggi mi manca questo, la possibilità di sognare la rivoluzione. Questo sogno lo vedo svanito soprattutto in chi oggi ha vent´anni e dovrebbe sentire ancora di più la necessità di rivoltare il mondo lasciatogli dai genitori. Non abbiamo realizzato questo cd per la nostalgia dei nostri vent´ anni, ma solo perchè sentiamo la necessità di ridare forma a termini censurati e in via di estinzione (come dopo un Congresso di Vienna, Bush e Woytila come novelli Metternich) rivolta, ribellione, rivoluzione.
Oggi invece riprendono importanza termini che allora sembravano estinti: la religione, l´appartenenza di casta, la razza, il sud e il nord. Il mondo sta peggio oggi di allora, basta mettere a confronto la felicità un po´ cialtrona di allora e la ricca depressione di oggi.
Ribellarsi è giusto. Sempre.
postato da: BKF alle ore 17:21 | link | commenti
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